Ho comprato delle cuffie gialle

Stavo scrivendo una serie di scemenze senza senso, poi ha prevalso la ragione e ho deciso di cancellare ben due post. Adesso, ascoltando un po' di Ella Fitzgerald e un po' Brunori Sas, sono rinsavita. Sì, lo so che sono una coppia strana, ma da qualche mese a questa parte i miei ascolti spaziano (oltre lo zoccolo duro dei miei amati Radiohead) da tutto il jazz possibile, a Bjork, per poi passare a Levante o Brunori Sas. Potrebbe sembrare una stranezza, invece rispetto agli ultimi due anni è stato un ritorno a qualcosa di buono, ma mi spiego meglio. Negli ultimi anni, escluso qualche sporadico nuovo album, ho vissuto una fase grave di apatia musicale, ovvero ascoltavo pochissime cose in quanto a varietà, spesso, ma sempre le stesse cose. Non so perché, probabilmente avevo bisogno di una sorta di comfort zone musicale, in un periodo in cui ancora non avevo chiaro cosa fare, dove andare a parare e tutte quelle paranoie che albergano nel mio cranio. Per comfort zone musicale potete tranquillamente immaginare un mondo abitato quasi esclusivamente dai Radiohead, perché è un po' quello che è successo.
Da novembre scorso fino a questo giugno ancora di più, perché non volevo arrivare impreparata al concerto. Il concerto. Forse uno dei momenti migliori del 2017, ho pianto moltissimo, ma non era tristezza. Le canzoni dei Radiohead sono quelle che (insieme a Beatles, Oasis e Afterhours) hanno attraversato la mia vita da quando ero molto piccola, un po' mi hanno plasmata (ora sapete perché non so vivere) e che mi ricordano le varie fasi della mia esistenza. Ogni album racconta un pezzettino, un cambiamento, un rimpianto o una felicità di quelle così grandi che non si può spiegare, anche se i testi sono carichi di tristezza e la musica intrisa di malinconia, quindi capite bene che dopo 22 ore in cui non bevevo o mi servivo della toilette, a Firenze ho perso un po' il controllo, specialmente su Street Spirit, ma questa è un'altra storia.
Tornando al discorso principale, dopo anni in cui vivevo con delle cuffie bellissime e supermegaiper efficienti, ma che reggevano solo grazie a un misto di colla e silicone (sì, mi ero coricata con le cuffie e le avevo spezzate), mi son decisa a fare un investimento, comprando queste bellezze (no, non me le hanno regalate, ma sentitevi liberi di regalarmi tutto quello che volete, escluse pesche, lattughe e arachidi, che son allergica, ciao), grazie a una congiuntura astrale per cui io avevo soldi e da Mediaworld le vendevano meno che su Amazon. Ovviamente da quando le ho comprate non le tolgo quasi mai, giusto per fare la doccia. La cosa strana è che io non sono mai riuscita a uscire con cose che non fossero auricolari invisibili, quindi l'altro giorno credo di aver compiuto l'incredibile salendo su un bus con queste cuffie super gialle e super belle. Insomma, l'estetica ha prevalso sulla scheda tecnica, per cui da mesi risparmiavo per comprare delle Marshall, ma niente, il fascino del giallo ha avuto il sopravvento. La bellezza di essere scemi è essere così timidi e introversi da poter celebrare un'uscita con delle headphones con un post in cui ho ampiamente divagato. Tuttavia, ho scritto, un passo è stato compiuto verso il minimo sindacale richiesto dal partito degli incostanti come me.

Come Sunday

La domenica è il giorno in cui si fermano tante cose e il tuo umore presenta il conto. La settimana è stata bella pesante, tra un esame andato male, nonostante avessi studiato come una pazza, le paranoie classiche di inizio autunno, e reazioni allergiche a caso, sono arrivata in fondo a questa domenica senza toccare quel famosissimo fondo che si tocca quando l'umore è decisamente a terra. Non so se sia un bene o un male, ma la fase che sto attraversando è una fase molto contenuta, mi spiego meglio: generalmente nei momenti di stress mi chiudo in me stessa, nei miei piantini, nei miei "tanto andrà tutto male" e cose rassicuranti del genere. Bene, adesso, nonostante la voglia immensa di abbandonarmi a queste pratiche per scaricare lo stress, non ci riesco. Non una lacrimuccia, non un secondo in più sotto le lenzuola con la playlist superdepre dell'iPod, niente di niente. La cosa non mi fa stare meglio, anzi, probabilmente è peggio, però quel punto di rottura non è arrivato. Non lo so, magari ho alzato l'asticella dello stress sopportabile. Chi lo sa, vi aggiornerò quando arriverà il punto di rottura (del mio cranio). Detto ciò, ho quasi mantenuto fede alla promessa di scrivere più spesso, infatti eccomi qui. Avrei voluto scrivere cose mentre studiavo, ma ecco, già è andata male non facendolo, figuriamoci se avessi perso le giornate a postare cose non troppo intelligenti. Tuttavia, le idee rimangono, per cui tutto ciò che avrei voluto scrivere l'ho appuntato sul santissimo Google Keep, quindi presto il feed di questo blog potrebbe ritornare un po' più movimentato, ma tanto, ogni volta che lo dico non succede.

Mind Games

Le scusanti per non scrivere da più di un anno sono tante, ma riassumibili in pochissime parole: non sapevo cosa scrivere. Sono successe circa un miliardo di cose, avrei potuto fare come la me in terzo liceo e narrare pedissequamente le mie vicende, ma non sapevo come, non sapevo se andasse bene e soprattutto, con l'articolo che ogni due giorni riciclano sul fatto che ormai i blog siano morti, mi son chiesta se ormai non fosse inutile portare avanti una cosa del genere. Tuttavia, ieri sono stata colta da un'illuminazione dopo aver finito la terza stagione di Better Call Saul: aggiorno il blog. Così, un po' a caso. Non spoilero per quei quattro cristi che ancora mi leggono e non hanno visto il suddetto finale, ma mi ha fatto capire delle cose, cose che in qualche modo sono capitate anche a me. Previously on prugna: studio giurisprudenza, non mi piace, sono andata fuoricorso e da persona convinta di avere un cervello non sottosviluppato ho vissuto la cosa come una sconfitta e non trovavo più stimoli, seppur convintissima e decisa a finire. Bene, in questo anno di clausura blogghereccia ho meditato, sofferto, deciso e pianificato (più o meno). Ho sempre saputo di aver sbagliato facoltà e percorso di studio, ma essendo la mia situazione figlia di scelte obbligate da fattori infiniti la strada era deprimiti e trova un lavoro o studia una cosa che non ami e trova, forse, un lavoro. La facoltà che ho scelto offre veramente poco (sì, ho già sentito 3455432 volte la battuta sul numero di avvocati presenti in italia, ma vi rassicuro, non farò l'avvocato), per cui gli ultimi due anni li ho impiegati a studiare di più e pianificare il mio post laurea. L'unica cosa in cui mi sento un pelino sicura, sia perché mi piace, sia perché sono bravina, è l'informatica, tanto che al liceo ero convinta che mi sarei iscritta, e invece no, sono stata cretina. Posto ciò e posto che comunque la mia laurea implica molti anni passati a studiare diritto, ho cercato il modo di combinare le cose, quindi ho trovato per il mio futuro post laurea un master in diritto informatico, in una delle poche città italiane in cui io mi sia mai trovata bene come fosse casa mia, ovvero Bologna. Tutto ciò per dire che ho di nuovo un motivo per andare avanti in questa cosa della giurista. Non contenta di tutta questa rinascita a 26 anni, ho fatto anche un'altra scelta: Erasmus Traineeship, ovvero vai all'estero, lavori un paio di mesi thanks to amazing borsa dell'università e torni a casa con il curriculum un po' più pieno del solo "Esperienza professionale: so pettinare le Barbie", forse, dobbiamo ancora capire se mi prenderanno. Insomma, ho fatto qualche scelta che per i miei canoni è abbastanza coraggiosa, perché vivere per inerzia anche no. Azzerderei a dire che sono contenta, perché pensavo che non sarei riuscita a venirne fuori da questa situazione opprimente del "non so cosa potrò fare nella vita oltre la selezione per il Mc Donald's", che poi son progetti, ma per quanto mi riguarda è un enorme passo in avanti, un cambiamento nel mio modo di pensare il futuro. Tutto questo entusiasmo ucciso dalla visione del libro di procedura civile, ma ormai son rimasti pochi mattoni, poi l'anno prossimo mi intingerò in una piscina di corone d'alloro e l'ansia per l'università finirà (e inizierà quella per qualche altra nuova magica e sbagliata avventura).
Detto ciò, tornerò a postare, anche solo di cagate, perché ho capito che devo condividere la mia stupidità, è un peccato tenerla tutta solo per me.

3 cose da non dire mai a un introverso



Le canzoni dei Ministri mi ispirano post, mi dispiace, lamentatevi con loro. Salve, oggi la vostra sfigata preferita vi parlerà di quanto sia fantastico essere introversi. Ebbene sì, nonostante parolacce a profusione e logorrea, io faccio parte di questo fantastico gruppo di persone che hanno l'ansia da prestazione anche prima di chiamare il numero con la voce preregistrata della Vodafone, perché "e se poi devo parlare con un operatore?" .
Purtroppo il magico mondo di noi scemuniti comporta dei veri limiti nella vita di tutti i giorni, limiti che, per quanto mi riguarda, vanno via via diminuendo con l'età. Se penso me a 14-16 anni, in cui mi vergognavo di qualsiasi cosa, e penso ad adesso, beh, il miglioramento c'è, ma tante cose che per la maggior parte delle persone sono normali, per me sono cose che generano momenti di ansia e ore di preparazione mentale. Se devo fare la spesa all'ultimo minuto comincio con il pippone mentale da psicolabile "Oddio, ma perché devo mangiare? Proprio oggi che sono orribile! Sì, dai, forse è meglio se divento melariana e mi cibo solo di mele, che quelle sono in frigo" e cose del genere, per fortuna se me la penso qualche oretta prima, riesco a evitare questi pensieri da deficiente. Per voi gggente estroversa tutto questo è da immediata segnalazione alle autorità competenti, ma lasciatemi spiegare quello che ho capito in questi anni di esperienza.

1 - "MA NON FARE L'ESAGERATO!"
In 25 anni questa frase l'ho sentita mille volte per colpa vostra. Sì, per colpa vostra che non ce la fate, proprio non riuscite a capire come stiamo, semplicemente perché voi non siete mai stati così e non avete idea dei processi che la nostra psiche scemunita mette in atto. La mia famiglia ormai si è rassegnata e capisce, la mia migliore amica c'era già arrivata quando facevamo la seconda media e dicevo a lei di chiedere alla prof se potevamo andare alla toilette, il mio ragazzo l'ha capito nel momento in cui mi ha visto, ma per il resto è tutto un "ma non fare l'esagerata!", "che problemi ti da?" e amenità affini, perché - giustamente - per il resto del mondo non ci si dovrebbe vergognare a chiedere una busta in più al supermercato o dove diamine sia (perché dai, non lo trova mai nessuno!) il sale.

2 - "SEI UN'ASOCIALE!"
No, se non voglio venire alla mega festa tamarra yeah yeah è, oltre che per la musica discutibile, perché io mi imparanoio, perché non ballo perché mi imparanoio e poi mi ri-imparanoio perché non ballo perché mi imparanoio.  Vogliamo parlare anche del fatto che non riesco a parlare a gente che non conosco senza un'adeguata analisi delle persone che ho davanti? O è meglio sottolineare il fatto che alle feste con la musica altissima non riesco ad ascoltare nulla perché sento poco, autoescludendomi o facendo figure demmerda perché capisco coglioni per lampioni? Ecco, non ne vogliamo parlare.



3 - "PROGRAMMI TROPPO LE COSE"

E' vero, purtroppo. Questa è un'amara verità che però da sempre ai nervi, quindi evitate di rinfacciare ad un introverso che è troppo organizzato e programma tanto. Il mio ragazzo l'ha fatto quando ho organizzato per filo e per segno il nostro primo viaggio all'estero e io ovviamente non smetto di rinfacciarglielo da quasi 2 anni. Ve lo spiego: vogliamo sapere cosa accadrà, in linea generale, per essere pronti e non doverci vergognare, per motivi esistenti solo nella nostra testa, per qualcosa. Nel caso specifico del viaggio è un discorso che riguarda più il fattore "non dover comunicare più di quanto io sia pronta a fare con le persone". Per fortuna raramente i miei programmi vengono rispettati e riesco a godermi la vita un po' come le persone senza perenne ansia e paranoia. (Comunque i miei itinerari di viaggio rimangono i migliori dell'universo... Ecco, presto vi parlerò del viaggio recente a Dublino)

Scherzi e scemenze a parte, la vita di un introverso è un pochino più complicata di quelle dei comuni mortali, solo ed esclusivamente per colpa delle nostre teste che ci autoimpongono limiti stupidi, paranoie inutili e vocine che ci dicono continuamente che non siamo adeguati. Il tempo da soli, le passioni di tipo individuale e il silenzio sono solo alcuni degli esempi che mi vengono in mente per farvi capire che il vostro amico scemunito non ha qualcosa contro di voi, ma ha bisogno del suo spazietto. Spronatelo, fatelo crescere un pochino e rassicuratelo, perché è così che si conquista un introverso, facendogli capire che è più di quanto possa credere e dicendogli che è ok se stasera non vuole uscire di casa per sfondarsi di patatine rustiche e Netflix.


Rinnegare/Rinnegarsi


(via favim.com)

Quando ero ancora un'adolescente grassa ho passato buona parte della mia vita, specialmente al liceo, a rinnegare una parte di me stessa per piacere a qualcuno. Partiamo dal presupposto che ero una di quelle "strane" per un liceo di una città con una mentalità molto provinciale, quindi converse nere = satanista, magliette di gruppi musicali = cogliona, niente trucco e parrucco = cesso (beh, questo era vero), fissata con l'informatica = SEI UN MASKYO?!?1!, tanti libri = mega sfigata, musica rock/metal/indie = ODDIO MA CI SEI?!1!!. Avete capito, sì, insomma. Essendo una clone di Jabba, non curandomi molto del mio aspetto e avendo interessi normali, ma che per la fauna locale erano strani, ho attraversato una fase in cui ho pensato che facendo finta d'aver interessi uguali a quelli di alcuni ragazzi che mi piacevano o di gruppi di amici, avrei fatto di me una meno strana, una di quelle a cui ci si poteva avvicinare insomma. Ho cominciato a farmi piacere gruppi dei quali fregacazzi, ho cominciato a guardare film, telefilm e certi programmi per capire se potevo essere così. La cosa terribilmente spaventosa è che riuscivo a far finta di conoscere certe cose grazie ad uno dei miei talenti più sviluppati: la googlata strategica. Ebbene sì, nei primi anni 2000, quando voi vi facevate catfishare da questo o quello, io già scoprivo il magico mondo di Google per sembrare onniscente. Quante chat MSN piene di stronzate.
La gente ci credeva fermamente che mi piacessero quelle cose, perché dai "lei le conosce così bene", quindi strinsi qualche rapporto di pseudo - amicizia e cose così. Chiaramente ogni qual volta facevo uscire la Giorgia vera, quella che "forse Ligabue fa cagare, son meglio i Radiohead" prendeva randellate morali sui denti e presto chiudeva ogni rapporto. Finalmente quando stavo finendo il liceo è arrivata l'illuminazione: rinnegare i propri interessi è rinnegarsi. Sì, perché io aderisco alla scuola di pensiero che ognuno sia ciò che gli piace e non credo a teorie diverse, mi dispiace.
Probabilmente adesso vivo la fase più menefottista della mia intera esistenza e qualche giorno fa mi son chiesta come abbia fatto a smettere di rinnegarmi e accettarmi (quasi del tutto) scema come sono. Inizialmente ho imputato la cosa all'essermi data una sistemata, esteticamente parlando, e a quella maturità che sarà venuta fuori insieme ai denti del giudizio, cosa in parte vera, perché se non bestemmi per quelli (e per le coliche biliari) sei CERTAMENTE matura. Poi ho capito. I miei interessi sono diventati un po' un filtro con l'esterno, ogni qual volta mi rapportavo con qualcuno li mettevo al primo posto, come per dire "ehi bello, io sono i miei mille libri e telefilm, la mia fissazione con Federer, Harry Potter e i Radiohead, non devono piacerti, ma se mi vuoi conoscere, son così", che è un po' come farsi una carta d'identità emotiva, perché senza Federer che gioca il mondo è triste, senza i millanta insegnamenti di Harry Potter sarei una zoticona e perché senza i Radiohead chi mi avrebbe consolato quando ero sola come il neurone di Salvini? Di conseguenza l'illuminazione è che adesso ho accanto persone che accettano chi sono, le mie stranezze, i miei interessi, anche senza condividerli. Il fatto che poi io abbia contagiato la gente che amo con le cose che mi piacciono è un altro discorso e in alcuni casi chiamerei la cosa "accanimento terapeutico".